Accettare la sfida esistenziale che il libro propone sin dal sottotitolo, “che cosa significa essere cristiani?” significa decidere di perdersi e ritrovarsi, perché in fondo è così in ogni rapporto dialettico, e in ogni sfida. Lasciare che le parole che si rincorrono si posino dentro di noi per iniziare ad aprire i nostri occhi. Il libro è un ponte comunicativo tra l’ineffabile ambito del Divino, e l’immediatezza ora pensosa ora istintuale dell’umano. Ogni parola rispecchia questo intento, questo anelito ad un fusione vera e sincera tra l’ Evangelo e la vita, tra la teoria e la pratica, che si intrecciano inestricabilmente tra gli esempi e le citazioni di uno scritto che non può lasciare indifferenti. Tutt’altro. Come un fiume carsico, cominciano a scorrere dentro il lettore i pensieri, che concorrono alla costruzione di una consapevolezza nuova: come vivere nel mondo da cristiani, come superare quelle umanissime divisioni che a volte ci fanno perdere di vista il nostro fine più alto, come e perché la vita cristiana oggi potrebbe essere un’opzione non superficiale,ma una  scelta di vita sostanziale. Ogni passaggio,ogni citazione ci conduce quasi per mano a scoprire ove risieda la Verità che ,innegabilmente,tutti cerchiamo. E si scopre, aggiungendo in ogni paragrafo una tessera,che il Mosaico della vita, della vita cristiana, non può  vivere né manifestarsi, se ognuno di noi non sceglie e vive con Amore il proprio essere, e il proprio essere al mondo come cristiano. L’autore ci dice(pag. 322):

Occorre tempo per svelarci, per farci vedere nella nostra complessità e nelle nostre contraddizioni. Non ci si può mostrare in un attimo (…). Abbiamo bisogno di tempo per scoprire negli occhi dell’altro di avere valore e che la vita possiede una coerenza e un significato. Essere amati significa essere visti in un modo particolare (…). È essere visti non come un oggetto ma come un soggetto, come colui che può ricambiare lo sguardo (...). È riposare nel silenzio dell’altro per cui non si è un “altro”, ma un altro “io”.

Accogliamo dunque questa sollecitazione come paradigma esistenziale attraverso il quale declinare ogni scelta, ogni emozione, ogni istante della nostra vita.

                                                        Lucia 

«Perché esser cristiani» è il quesito iniziale dal quale Radcliffe comincia alcune riflessioni, che, anche se non tutte originali, si rivelano sicuramente variegate e pronte a replicare al monito petrino del rendere ragione, anche oggi, della fede che è in ciascuno di noi.

Per me personalmente è stata una di quelle letture “sane”, di quelle che poi consigliare ad un amico perché valgono la pena… di quella da appuntare per poi recuperare nei momenti “giusti”, l’indicazione opportuna, la lettura appropriata.

Anche per questo propongo di seguito una lettura personale che recupera alcuni di quelli che considero i passaggi più profondi.

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Partendo dal fondamento della fede e affermando che «quel che conta è la verità» (p. 13), perché «se il cristianesimo deve proliferare e testimoniare la buona novella, allora la veridicità ne è l’essenza» (p. 175), il Maestro domenicano ci offre un itinerario immerso nella speranza, per la quale rimane valida la definizione di Tommaso «bonum futurum arduum possibile» (p. 19). La speranza che costituisce l’origine della Chiesa, «nata in una crisi di speranza. Le crisi sono la nostra specialité de la maison. Ci rinvigoriscono», ma è confortante leggere che per Radcliffe comunque «quella che stiamo vivendo ora è molto piccola» (p. 29).

Assieme alla “speranza”, che ci permette di essere profeti in un mondo in cui domina il fatalismo e  la speranza «turba così tanto» (p. 40), è interessante notare come Radcliffe individui nella “spontaneità”, che vuol essere non irrazionale presa di coscienza ma «essere liberi di fare quello che deve essere fatto» (p. 76), la dimensione della libertà cristiana per la quale «gli altri si chiederanno quali possano essere le sue radici segrete».

Proseguendo nell’itinerario, l’orizzonte tende a restringersi e permette all’Autore di concentrare l’attenzione anche su alcuni temi frequentati nel dibattito odierno, offrendo sempre e comunque una prospettiva di rilettura dell’identità cristiana che non rischia mai di “snaturarla”, ma anzi ne palesa tutti i risvolti fondamentali, anche oggi, a partire dalla categoria del “coraggio”. Dai «meccanismi di approvazione» (p. 98), che vorrebbero dominare l’uomo e le sue istituzioni, ma che non possono limitare il cristiano nel suo essere costantemente uno “straniero residente”, ci si innalza alla prospettiva del riconoscimento di quello che realmente siamo, così difficile nella nostra società dove «si ritiene che possediamo il diritto di decidere chi siamo» (p. 100). Dalla dimensione di “lotta” che il cristiano ha il bisogno di vivere nel mondo se vuole restare fedele a se stesso, poiché, mutuando Shakespeare, «i codardi muoiono molte volte prima della loro morte» (p. 116), l’Autore passa alla prospettiva di dialogo con l’Islam che «richiede a noi di essere fedeli sul lungo cammino, pronti all’amicizia e al dibattito» sempre vigili però nel verificare «se c’è un’apertura» (p. 120).

In sintesi, recuperando Congar, Radcliffe ci invita a «Resistere nell’oscurità, nel non sapere quanto durerà la prova, non perdere il coraggio se si prolunga, superare il logoramento: è ciò che rivela al massimo la virtù del coraggio, e come ciò viene considerato un valore comune dell’esistenza morale». Resistere… perché ricolmi di speranza che, sola, può sostenere la prospettiva dell’attesa, sincera dimensione del cristiano se si palesa non come «mera passività», ma, recuperando la sua vera natura, un «tendersi in avanti» (p. 123). Un tendersi innanzi che non può accettare il desiderio, tutto contemporaneo, che il tempo “non passi”, poiché «la fine è necessaria non solo dal punto di vista biologico. Ne abbiamo bisogno se vogliamo diventare qualcuno (…). Quando le persone sono morte, allora possiamo capire quale sia stata la storia delle loro vite e scrivere le loro biografie» (p. 136).

Per quanto riguarda la dimensione sessuale, che parrebbe assorbire oggi ogni prospettiva di espressione umana, Radcliffe rincalza affermando che «in realtà la differenza riguarda il vivere le relazioni come dono piuttosto che come scambio di proprietà» e se noi come Chiesa accettiamo «semplicemente i costumi sessuali moderni, allora i pericoli sono davvero seri» (pp. 150-151) perché solo la «castità, liberandoci dalla fantasia, intenerisce il cuore e lo rende un cuore di carne e non di pietra» dal momento che «la castita è vita secondo l’ordo rationis» (p. 155). E l’Autore non si limita a tratteggiare alcuni insegnamenti, ma fornisce pure dei “modelli” di verifica all’attento lettore: «la questione che si deve sempre porre è questa: il mio amore sta rendendo l’altra persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me?» (p. 172).

Come raggiungere, ogni giorno, questo obiettivo? Avendo come culmine della nostra vita non noi stessi, ma la veritas (motto dell’Ordine Domenicano), perché «non discutiamo per vincere, ma per far si che la verità possa vincere» (p. 180). In tal senso possiamo cogliere tutta la pregnanza, anche per molti dibattiti odierni, dell’insegnamento di Camus «Il dialogo è possibile solo fra persone che rimangono quello che sono e che dicono la verità» poiché «il dialogo non ha senso se non c’è la verità» (pp. 184-185)… quanti dibattiti oggi, allora, non possono essere definiti tali!!

E proprio partendo dal “dialogo”, tramite il quale «vengono articolate le storie che narriamo di noi stessi e la storia che posso raccontare di me stesso» (p. 216), l’Autore prova a dimostrare come la dimensione cristiana dell’esistenza non può sussistere se non vive dell’autonomia (del singolo) e della relazione (nella comunità). «Io sono perché noi siamo, ma noi siamo perché ciascuno di noi è» (p. 217) e per poter offrire una dimensione di “noi” bisogna abbandonare per sempre «la tentazione nella Chiesa [di] lasciare che i preti dominino la conversazione, ne decidano il vocabolario e il dialetto» altrimenti «il “noi” della Chiesa diviene oppressivo e soffocante, e le persone devono lottare per respirare» (pp. 219-220). Affermazioni queste, che già di per sé sarebbero genuinamente vere, ma che si rivelano autorevolmente certificate dalla qualifica dell’Autore che è stato Maestro dell’Ordine Domenicano per molti anni.

Il viaggio prosegue attraverso le dimensioni terrene in cui l’essere cristiano viene messo alla prova, ma anche qui Radcliffe fornisce a tutti quello che a ragione più davvero essere considerato il metro per calibrare un sano distacco dal mondo, ma non per questo dal reale e, quindi, dalla verità. Difatti, se «è cruciale per il sistema spezzare il legame con la realtà, perché questo è l’unico modo in cui possiamo venire costantemente manipolati», noi cristiani troviamo la «nostra difesa contro il sistema» che «è continuare a chiederci: “Ma a che cosa serve davvero?”» (p. 236). Perché solo con questo porre domande, solo apparentemente utilitaristiche, si palesa il “punto focale del cristianesimo”. Un “tutto domandare” che non è provocazione, ma desiderio di andare oltre noi stessi, assieme agli altri. Ecco che il «dialogo interreligioso non significa essere gentili con i propri vicini per rimanere in pace; dovrebbe essere parte della mia ricerca in quanto cristiano» (p. 252).

L’itinerario sta volgendo al termine, ma prima di giungere alle conclusioni l’Autore non vuole congedarsi dai suoi lettori senza affrontare forse due tra i temi più delicati della testimonianza cristiana: le divisioni interne alla Chiesa e il “silenzio/paura” che caratterizza la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

Partendo dalla prima questione, Radcliffe non si affida al politically correct, che anzi rifiuta senza mezzi termini, ma con chiarezza e non senza qualche semplificazione, afferma «Ci possono essere testimoni entro la Chiesa tra i cattolici considerati progressisti e quelli considerati conservatori, perché (…) siamo segnati dalle categorie della nostra cultura» (p. 257). Epperò il nostro Autore porta il discorso ad un livello più alto, consapevole che «per un cristiano, la tradizione è fonte continua di novità e vitalità» (p. 257). Passando in rassegna le due anime della Chiesa (che definisce “cattolici del regno” e “cattolici della Comunione”), ne analizza alcuni esponenti (Karl Rahner, Edward Schillebeeckx e Hans Küng, per i primi; Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e Henri de Lubac, per i secondi). Dal canto suo, Radcliffe non ha dubbi nell’affermare «che, in quanto cattolici, abbiamo bisogno di entrambe le identità e che la tensione fra le due posizioni è feconda». D’altra parte, il nostro Autore prova a spiegare questi distinguo (che talvolta degenerano in divisioni) trovando la causa nella nostra volontà di non appartenere più (alla Chiesa). E così «quando la comunità collassa, viene inventata l’identità. Quando finisce l’appartenenza, si deve scoprire chi si è.

Nasce la “politica dell’identità”» (p. 264), per cui la tesi dell’Autore «è che nella Chiesa stiamo tutti soffrendo per il trauma delle radici, che ha generato rabbia e la ricerca di un’identità nella compagnia di persone affini» (p. 265). Quanta verità in queste parole, se solo si tenta di volgere lo sguardo all’odierno richiamo ad una identità forte in molti movimenti nati negli ultimi decenni all’interno della Chiesa Cattolica. Ecco che il sostituire la “comunità” alla “identità” è ormai quasi scontato. Proprio nel denunciare questo cancro interno alla Chiesa, Radcliffe non può usare mezzi termini e lancia un monito tanto terribile quanto verosimile: «Se oggi cerchiamo di ritirarci in una piccola ben protetta Chiesa-fortezza, allora possiamo essere sicuri che Dio la demolirà» (p. 276). Perché le fondamenta (e le mura) possano resistere, la Chiesa deve essere vigile nell’affidare le sue speranze al dialogo col mondo, poiché ci si deve accorgere che «dopo due secoli di resistenza, i cattolici hanno abbracciato il mondo moderno proprio nel momento in cui il mondo moderno ha cominciato a diffidare di se stesso» (p. 266).

Di chi fidarsi, o meglio in che cosa avere speranza per il futuro?

Nella respirazione “a due polmoni”, «quello dell’Oriente e quello dell’Occidente». «Dobbiamo farlo. (…) Le tensioni entro la Chiesa non ci hanno impedito di respirare, ma qualche volta procurano al corpo di Cristo attacchi d’asma» (p. 277).

Ecco che l’Autore cogli l’occasione per affrontare il secondo problema: la paura/silenzio che la Chiesa vive oggi e che viene giustificato dal “politicamente corretto” che non è il problema di «quello che si dice, ma “il messaggio che potrebbe essere inviato”» (p. 284). Quindi viene “giustificata” dai più la preferenza assoluta verso quello che possiamo definire “allineamento”, che se dal punto di vista operativo può portare buoni risultati non possiamo essere talmente ipocriti nel non confessare che «ciò implica una sfiducia profonda nell’intelligenza delle persone» (p. 284). Sfiducia, quindi, nell’essere umano… sfiducia nella creatura di Dio… sfiducia in Dio!

Per non arrivare ad una conclusione talmente orribile, «dobbiamo osare parlare» (p. 285), consapevoli che, come ci insegna il Vescovo Butler, «“Ne timeamus quod veritas veritati noceat” (Non dobbiamo aver paura che la verità possa nuocere alla verità)» fino a giungere al rischiosamente vero suggerimento dell’Autore per il quale «devo osare vivere in modo provvisorio, sempre alla ricerca di una coerenza che ho perso per il tempo che verrà» (p. 291).

Partendo dal principio (tanto ovvio quanto vero) che «nella Chiesa c’è un solo leader, Cristo» e dalla consapevolezza storica che «molti dei grandi riformatori della Chiesa, come San Francesco di Assisi e Santa Caterina da Siena e Dorothy Day, non erano vescovi. Nemmeno ordinati. Erano laici e spesso donne. Benedetto, il cui nome è stato assunto dall’attuale Papa, quasi certamente non ha ricevuto l’ordinazione», Radcliffe propone una soluzione a questo periodo di silenzio/paura: «L’unica concezione di leadership cristiana che io ritengo si accordi con il vangelo è l’obbligo per ciascuno di noi di osare fare il primo passo. È il coraggio di farsi avanti e di correre il rischio di venire colpiti» (p. 299).

Chiusi questi due che ritengo siano i contributi migliori del testo, l’Autore premette la conclusione con una feconda riflessione sul rapporto odierno tra lavoro e Dio, dove il primo viene innalzato al livello del secondo perché «la perdita della fiducia nel futuro trasforma quello che noi intendiamo con lavoro. Non si tratta più di un contributo al progresso dell’umanità e, quindi, un obbligo morale. Diventa semplicemente ciò che rende possibile la vita nel momento presente» (p. 316).

In questa dimensione, allora, ancora più dirompente ritorna il “punto focale” annunciato nell’Introduzione: «dobbiamo essere decisamente diversi», perché «il significato delle nostre vite è, naturalmente, Dio» (p. 329); delle nostre vite, ossia di tutto quello che noi stessi siamo a cominciare, come ci insegna Radcliffe, dal nostro “corpo” e dal corpo di tutti gli altri, la Chiesa.

                                                     Andrea

É una lettura piacevole, scorrevole, non difficile. Mi è rimasto impresso il racconto del suo viaggio in Nigeria, quando tanti lebbrosi (ma ce ne sono ancora? Pensavo fosse stata debellata questa malattia) si accalcavano alla sua macchina per chiedere aiuto. E lui era tentato di non guardarli negli occhi, e di fuggire presto da quella situazione. É  un po’ quello che succede a me quando entro ed esco dalla Chiesa e incrocio – sfuggendolo – lo storpio di turno o (più spesso) la zingara col bambino: che fare !? Lì c’è Gesù. O c’è una furbacchiona che vuole vivere di elemosine ? Non so, non è facile …

                                                       Mauro