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Accettare
la sfida esistenziale che il libro propone sin dal sottotitolo, “che
cosa significa essere cristiani?” significa decidere di perdersi e
ritrovarsi, perché in fondo è così in ogni rapporto dialettico, e in
ogni sfida. Lasciare che le parole che si rincorrono si posino dentro di
noi per iniziare ad aprire i nostri occhi. Il libro è un ponte
comunicativo tra l’ineffabile ambito del Divino, e l’immediatezza ora
pensosa ora istintuale dell’umano. Ogni parola rispecchia questo
intento, questo anelito ad un fusione vera e sincera tra l’ Evangelo e
la vita, tra la teoria e la pratica, che si intrecciano inestricabilmente
tra gli esempi e le citazioni di uno scritto che non può lasciare
indifferenti. Tutt’altro. Come un fiume carsico, cominciano a scorrere
dentro il lettore i pensieri, che concorrono alla costruzione di una
consapevolezza nuova: come vivere nel mondo da cristiani, come superare
quelle umanissime divisioni che a volte ci fanno perdere di vista il
nostro fine più alto, come e perché la vita cristiana oggi potrebbe
essere un’opzione non superficiale,ma una scelta
di vita sostanziale. Ogni passaggio,ogni citazione ci conduce quasi per
mano a scoprire ove risieda “Occorre
tempo per svelarci, per farci vedere nella nostra complessità e nelle
nostre contraddizioni. Non ci si può mostrare in un attimo (…).
Abbiamo bisogno di tempo per scoprire negli occhi dell’altro di avere
valore e che la vita possiede una coerenza e un significato. Essere
amati significa essere visti in un modo particolare (…). È essere
visti non come un oggetto ma come un soggetto, come colui che può
ricambiare lo sguardo (...). È riposare nel silenzio dell’altro per
cui non si è un “altro”, ma un altro “io”. Accogliamo dunque questa sollecitazione come paradigma esistenziale attraverso il quale declinare ogni scelta, ogni emozione, ogni istante della nostra vita. Lucia |
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«Perché
esser cristiani» è il quesito iniziale dal quale Radcliffe comincia
alcune riflessioni, che, anche se non tutte originali, si rivelano
sicuramente variegate e pronte a replicare al monito petrino del rendere
ragione, anche oggi, della fede che è in ciascuno di noi. Per
me personalmente è stata una di quelle letture “sane”, di quelle
che poi consigliare ad un amico perché valgono la pena… di quella da
appuntare per poi recuperare nei momenti “giusti”, l’indicazione
opportuna, la lettura appropriata. Anche
per questo propongo di seguito una lettura personale che recupera alcuni
di quelli che considero i passaggi più profondi. *** Partendo
dal fondamento della fede e affermando che «quel che conta è la verità»
(p. 13), perché «se il cristianesimo deve proliferare e testimoniare
la buona novella, allora la veridicità ne è l’essenza» (p. 175), il
Maestro domenicano ci offre un itinerario immerso nella speranza, per la
quale rimane valida la definizione di Tommaso «bonum
futurum arduum possibile» (p. 19). La speranza che costituisce
l’origine della Chiesa, «nata in una crisi di speranza. Le crisi sono
la nostra specialité de la maison.
Ci rinvigoriscono», ma è confortante leggere che per Radcliffe
comunque «quella che stiamo vivendo ora è molto piccola» (p. 29). Assieme
alla “speranza”, che ci
permette di essere profeti in un mondo in cui domina il fatalismo e
la speranza «turba così tanto» (p. 40), è interessante notare
come Radcliffe individui nella “spontaneità”, che vuol essere non irrazionale presa di coscienza
ma «essere liberi di fare quello che deve
essere fatto» (p. 76), la dimensione della libertà cristiana per
la quale «gli altri si chiederanno quali possano essere le sue radici
segrete». Proseguendo
nell’itinerario, l’orizzonte tende a restringersi e permette
all’Autore di concentrare l’attenzione anche su alcuni temi
frequentati nel dibattito odierno, offrendo sempre e comunque una
prospettiva di rilettura dell’identità cristiana che non rischia mai
di “snaturarla”, ma anzi ne palesa tutti i risvolti fondamentali,
anche oggi, a partire dalla categoria del “coraggio”. Dai «meccanismi
di approvazione» (p. 98), che vorrebbero dominare l’uomo e le sue
istituzioni, ma che non possono limitare il cristiano nel suo essere
costantemente uno “straniero residente”, ci si innalza alla
prospettiva del riconoscimento di quello che realmente siamo, così
difficile nella nostra società dove «si ritiene che possediamo il
diritto di decidere chi siamo» (p. 100). Dalla dimensione di
“lotta” che il cristiano ha il bisogno di vivere nel mondo se vuole
restare fedele a se stesso, poiché, mutuando Shakespeare, «i codardi
muoiono molte volte prima della loro morte» (p. 116), l’Autore passa
alla prospettiva di dialogo con l’Islam che «richiede a noi di essere
fedeli sul lungo cammino, pronti all’amicizia e al dibattito» sempre
vigili però nel verificare «se c’è un’apertura» (p. 120). In
sintesi, recuperando Congar, Radcliffe ci invita a «Resistere
nell’oscurità, nel non sapere quanto durerà la prova, non perdere il
coraggio se si prolunga, superare il logoramento: è ciò che rivela al
massimo la virtù del coraggio, e come ciò viene considerato un valore
comune dell’esistenza morale». Resistere… perché ricolmi di
speranza che, sola, può sostenere la prospettiva dell’attesa, sincera
dimensione del cristiano se si palesa non come «mera passività», ma,
recuperando la sua vera natura, un «tendersi in avanti» (p. 123). Un
tendersi innanzi che non può accettare il desiderio, tutto
contemporaneo, che il tempo “non passi”, poiché «la fine è
necessaria non solo dal punto di vista biologico. Ne abbiamo bisogno se
vogliamo diventare qualcuno (…). Quando le persone sono morte, allora
possiamo capire quale sia stata la storia delle loro vite e scrivere le
loro biografie» (p. 136). Per
quanto riguarda la dimensione sessuale, che parrebbe assorbire oggi ogni
prospettiva di espressione umana, Radcliffe rincalza affermando che «in
realtà la differenza riguarda il vivere le relazioni come dono
piuttosto che come scambio di proprietà» e se noi come Chiesa
accettiamo «semplicemente i costumi sessuali moderni, allora i pericoli
sono davvero seri» (pp. 150-151) perché solo la «castità,
liberandoci dalla fantasia, intenerisce il cuore e lo rende un cuore di
carne e non di pietra» dal momento che «la castita è vita secondo
l’ordo rationis» (p. 155).
E l’Autore non si limita a tratteggiare alcuni insegnamenti, ma
fornisce pure dei “modelli” di verifica all’attento lettore: «la
questione che si deve sempre porre è questa: il mio amore sta rendendo
l’altra persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più
debole e dipendente da me?» (p. 172). Come
raggiungere, ogni giorno, questo obiettivo? Avendo come culmine della
nostra vita non noi stessi, ma la veritas
(motto dell’Ordine Domenicano), perché «non discutiamo per vincere,
ma per far si che la verità possa vincere» (p. 180). In tal senso
possiamo cogliere tutta la pregnanza, anche per molti dibattiti odierni,
dell’insegnamento di Camus «Il dialogo è possibile solo fra persone
che rimangono quello che sono e che dicono la verità» poiché «il
dialogo non ha senso se non c’è la verità» (pp. 184-185)… quanti
dibattiti oggi, allora, non possono essere definiti tali!! E
proprio partendo dal “dialogo”, tramite il quale «vengono
articolate le storie che narriamo di noi stessi e la storia che posso
raccontare di me stesso» (p. 216), l’Autore prova a dimostrare come
la dimensione cristiana dell’esistenza non può sussistere se non vive
dell’autonomia (del singolo) e della relazione (nella comunità). «Io
sono perché noi siamo, ma noi siamo perché ciascuno di noi è» (p.
217) e per poter offrire una dimensione di “noi” bisogna abbandonare
per sempre «la tentazione nella Chiesa [di] lasciare che i preti
dominino la conversazione, ne decidano il vocabolario e il dialetto»
altrimenti «il “noi” della Chiesa diviene oppressivo e soffocante,
e le persone devono lottare per respirare» (pp. 219-220). Affermazioni
queste, che già di per sé sarebbero genuinamente vere, ma che si
rivelano autorevolmente certificate dalla qualifica dell’Autore che è
stato Maestro dell’Ordine Domenicano per molti anni. Il
viaggio prosegue attraverso le dimensioni terrene in cui l’essere
cristiano viene messo alla prova, ma anche qui Radcliffe fornisce a
tutti quello che a ragione più davvero essere considerato il metro per
calibrare un sano distacco dal mondo, ma non per questo dal reale e,
quindi, dalla verità. Difatti, se «è cruciale per il sistema spezzare
il legame con la realtà, perché questo è l’unico modo in cui
possiamo venire costantemente manipolati», noi cristiani troviamo la «nostra
difesa contro il sistema» che «è continuare a chiederci: “Ma
a che cosa serve davvero?”» (p. 236). Perché solo con questo
porre domande, solo apparentemente utilitaristiche, si palesa il
“punto focale del cristianesimo”. Un “tutto domandare” che non
è provocazione, ma desiderio di andare oltre noi stessi, assieme agli
altri. Ecco che il «dialogo interreligioso non significa essere gentili
con i propri vicini per rimanere in pace; dovrebbe essere parte della
mia ricerca in quanto cristiano» (p. 252). L’itinerario
sta volgendo al termine, ma prima di giungere alle conclusioni
l’Autore non vuole congedarsi dai suoi lettori senza affrontare forse
due tra i temi più delicati della testimonianza cristiana: le divisioni
interne alla Chiesa e il “silenzio/paura” che caratterizza la Chiesa
dopo il Concilio Vaticano II. Partendo
dalla prima questione, Radcliffe non si affida al politically correct, che anzi rifiuta senza mezzi termini, ma con
chiarezza e non senza qualche semplificazione, afferma «Ci possono
essere testimoni entro la Chiesa tra i cattolici considerati
progressisti e quelli considerati conservatori, perché (…) siamo
segnati dalle categorie della nostra cultura» (p. 257). Epperò il
nostro Autore porta il discorso ad un livello più alto, consapevole che
«per un cristiano, la tradizione è fonte continua di novità e vitalità»
(p. 257). Passando in rassegna le due anime della Chiesa (che definisce
“cattolici del regno” e “cattolici della Comunione”), ne
analizza alcuni esponenti (Karl Rahner, Edward Schillebeeckx e Hans Küng,
per i primi; Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e Henri de Lubac,
per i secondi). Dal canto suo, Radcliffe non ha dubbi nell’affermare
«che, in quanto cattolici, abbiamo bisogno di entrambe le identità e
che la tensione fra le due posizioni è feconda». D’altra parte, il
nostro Autore prova a spiegare questi distinguo (che talvolta degenerano
in divisioni) trovando la causa nella nostra volontà di non appartenere
più (alla Chiesa). E così «quando la comunità collassa, viene
inventata l’identità. Quando finisce l’appartenenza, si deve
scoprire chi si è. Nasce
la “politica dell’identità”» (p. 264), per cui la tesi
dell’Autore «è che nella Chiesa stiamo tutti soffrendo per il trauma
delle radici, che ha generato rabbia e la ricerca di un’identità
nella compagnia di persone affini» (p. 265). Quanta verità in queste
parole, se solo si tenta di volgere lo sguardo all’odierno richiamo ad
una identità forte in molti movimenti nati negli ultimi decenni
all’interno della Chiesa Cattolica. Ecco che il sostituire la
“comunità” alla “identità” è ormai quasi scontato. Proprio
nel denunciare questo cancro interno alla Chiesa, Radcliffe non può
usare mezzi termini e lancia un monito tanto terribile quanto
verosimile: «Se oggi cerchiamo di ritirarci in una piccola ben protetta
Chiesa-fortezza, allora possiamo essere sicuri che Dio la demolirà»
(p. 276). Perché le fondamenta (e le mura) possano resistere, la Chiesa
deve essere vigile nell’affidare le sue speranze al dialogo col mondo,
poiché ci si deve accorgere che «dopo due secoli di resistenza, i
cattolici hanno abbracciato il mondo moderno proprio nel momento in cui
il mondo moderno ha cominciato a diffidare di se stesso» (p. 266). Di
chi fidarsi, o meglio in che cosa avere speranza per il futuro? Nella
respirazione “a due polmoni”, «quello dell’Oriente e quello
dell’Occidente». «Dobbiamo farlo. (…) Le tensioni entro la Chiesa
non ci hanno impedito di respirare, ma qualche volta procurano al corpo
di Cristo attacchi d’asma» (p. 277). Ecco
che l’Autore cogli l’occasione per affrontare il secondo problema:
la paura/silenzio che la Chiesa vive oggi e che viene giustificato dal
“politicamente corretto” che non è il problema di «quello che si
dice, ma “il messaggio che potrebbe essere inviato”» (p. 284).
Quindi viene “giustificata” dai più la preferenza assoluta verso
quello che possiamo definire “allineamento”, che se dal punto di
vista operativo può portare buoni risultati non possiamo essere
talmente ipocriti nel non confessare che «ciò implica una sfiducia
profonda nell’intelligenza delle persone» (p. 284). Sfiducia, quindi,
nell’essere umano… sfiducia nella creatura di Dio… sfiducia in
Dio! Per
non arrivare ad una conclusione talmente orribile, «dobbiamo osare
parlare» (p. 285), consapevoli che, come ci insegna il Vescovo Butler,
«“Ne timeamus quod veritas
veritati noceat” (Non dobbiamo aver paura che la verità possa
nuocere alla verità)» fino a giungere al rischiosamente vero
suggerimento dell’Autore per il quale «devo osare vivere in modo
provvisorio, sempre alla ricerca di una coerenza che ho perso per il
tempo che verrà» (p. 291). Partendo
dal principio (tanto ovvio quanto vero) che «nella Chiesa c’è un
solo leader, Cristo» e dalla consapevolezza storica che «molti dei
grandi riformatori della Chiesa, come San Francesco di Assisi e Santa
Caterina da Siena e Dorothy Day, non erano vescovi. Nemmeno ordinati.
Erano laici e spesso donne. Benedetto, il cui nome è stato assunto
dall’attuale Papa, quasi certamente non ha ricevuto l’ordinazione»,
Radcliffe propone una soluzione a questo periodo di silenzio/paura: «L’unica
concezione di leadership cristiana che io ritengo si accordi con il
vangelo è l’obbligo per ciascuno di noi di osare fare il primo passo.
È il coraggio di farsi avanti e di correre il rischio di venire colpiti»
(p. 299). Chiusi
questi due che ritengo siano i contributi migliori del testo, l’Autore
premette la conclusione con una feconda riflessione sul rapporto odierno
tra lavoro e Dio, dove il primo viene innalzato al livello del secondo
perché «la perdita della fiducia nel futuro trasforma quello che noi
intendiamo con lavoro. Non si tratta più di un contributo al progresso
dell’umanità e, quindi, un obbligo morale. Diventa semplicemente ciò
che rende possibile la vita nel momento presente» (p. 316). In
questa dimensione, allora, ancora più dirompente ritorna il “punto
focale” annunciato nell’Introduzione: «dobbiamo essere decisamente
diversi», perché «il significato delle nostre vite è, naturalmente,
Dio» (p. 329); delle nostre vite, ossia di tutto quello che noi stessi
siamo a cominciare, come ci insegna Radcliffe, dal nostro “corpo” e
dal corpo di tutti gli altri, la Chiesa. |
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É
una lettura piacevole, scorrevole, non difficile. Mi è rimasto impresso
il racconto del suo viaggio in Nigeria, quando tanti lebbrosi (ma ce ne
sono ancora? Pensavo fosse stata debellata questa malattia) si
accalcavano alla sua macchina per chiedere aiuto. E lui era tentato di
non guardarli negli occhi, e di fuggire presto da quella situazione. É
un po’ quello che succede a me quando entro ed esco dalla Chiesa e
incrocio – sfuggendolo – lo storpio di turno o (più spesso) la
zingara col bambino: che fare !? Lì c’è Gesù. O c’è una
furbacchiona che vuole vivere di elemosine ? Non so, non è facile … |