Nel cuore del Mugello, vera culla dei celebri dipintori, verso il 1401, la casa di Pietro fu allietata dalla nascita di un fanciullino, bello da far invidia alle donne di Vicchio. Al fonte Battesimale lo chiamaron Guido, ma per quel suo essere così sereno e buono subito lo chiamaron Guidolino di Pietro. Compagno di preghiera e di giochi gli fu ben presto il fratellino Benedetto. Eccoli un giorno nel cortile pronti per inventare un nuovo gioco. Un fuscello trovato nel vicino bosco, un po’ di colore ottenuto da un intruglio di terra bruna e rossiccia, un temperino metallico a far la punta al fuscello, dell’acqua del pozzo, … il dipintore alla ricerca di un bel mattone liscio appoggiato ad una grossa pietra ritta e solida a far da cavalletto ed eccolo pronto ora in ginocchio, ora seduto il dipintore Guidolino si dà attento alla sua prima esperienza pittorica. Benedetto in silenzio ammira e prepara il titolo che apporrà alla base del dipinto. Poche pennellate e il dipintore si sposta per osservare da lontano la sua prima fatica, quindi corre a segnalare su una pagina pulita il titolo che il calligrafo Benedetto è pronto ad aggiustare e subito scrive alla base: “la mi’ casa”. Poi si volge e guarda il babbo giunto allora. Benedetto grida: O babbo, guardate la bella pittura di Guidolino, venite a vedere Guidolino dipintore” e intanto si china a scrivere attorno al bel titolo, ghirigori e arabeschi.
Babbo Pietro lasciò campo libero di scelta a madonna Arte e compiuto esso i 16 fu facilmente aperta la strada verso Firenze ai due giovani mugellani.
Firenze del XV° secolo poteva dirsi madre felice di uomini costruttori di magnifici templi, opera di valenti scultore, di ottimi artisti di penna e pennello ed apriva le pregiate botteghe, a loro volta, provette scuole ai giovani che, lasciato il contado, venivano ad imparar l’arte e preparava per loro un sorridente a avvenire.
Ma il primo pensiero dei giovanetti Guido e Benedetto fu il desiderio di aggregarsi ad una confraternita chiamata Compagnia di S Niccolò di Bari, sorta presso la chiesa di S. Maria del Carmine in Firenze. Guido vi si iscrisse il 31 ottobre 1417 con la qualifica di “dipintore” che abitava nel popolo di Santo Michele Bisdomini.
Da questo possiamo dedurre che nell’intimo del giovane pittore già la Mano di Colui che ha creato le bellezze naturali che tanto lo incantavano mentre le contemplava attonito, scriveva il suo capolavoro, cioè quella Parola che invita l’anima a guardare in alto; essere pittore, per Guido incominciava a voler meglio conoscere con la mente, col dono della sua vita al Creatore di tutte le Bellezze che Egli aveva fissate lassù e intorno a Lui, vocazione a donarsi a quel bello che lo attirava a Sé irresistibilmente perché lo voleva al Suo Servizio. Guidolino comprese meglio quale strano movimento Dio gli andasse componendo nello spirito, una sera, quando, deposte matite e pennelli chiamò Benedetto per andare a Santa Maria del Fiore a capire che cosa lo attendesse. Non si unirono al gruppetto dei giovani dipintori disposti solo a prendere aria dopo un’intensa giornata di attenzione alle loro riproduzioni; i fratelli si accordarono di “tirar via” ai ripetuti inviti dei fiorentini e proseguirono svelti verso il Duomo. Guido fu attratto dalle belle porte del San Giovanni, il Battistero magnifico, a quell’ora ben chiuse. Le osservò, Le ammirò e si rese conto che gli avrebbe fatto bene un incontro col celebre scultore e stabilì che Lorenzo Ghiberti sarebbe stato un buon Maestro per la inesperienza dei suoi 18 anni. Ma ora una voce potente lo chiamò in Santa Maria del Fiore. Entrarono e compresero che un uomo alto vestito di bianco e nero stava predicando. I fratelli stettero in silenzio ad ascoltare le Parole del Padre Giovanni Dominici il fondatore del Convento di S. Domenico a Fiesole da lui aperto per i giovani chiamati all’Ordine dei Predicatori; le madri lo chiamavano “rubatore di fanciulli”.
I due fratelli trovarono nel P. Giovanni la guida adatta a guidare le loro anime e dalla chiesa erano usciti convinti di essere chiamati da Dio al suo servizio. Frati da Messa e dipintori e calligrafi-miniatori per essere in tal modo Frati Predicatori. Guido andava così spiegando al fratello che se ne andava pian piano illuminando, sentendosene tutto preso egli pure da una tal meravigliosa chiamata: “Sai Benedetto quant’è bello per noi il poter dire che questa è la vocazione a cui Dio ci chiama: “Essere convinti che chi con l’arte fa cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre”.
Tu l’hai compreso quale sarà per noi il modo di far bella predicazione? Noi studieremo scienze sacre, apprenderemo la Scienza del conoscere Dio e i Misteri che riguardano ciò che ha fatto, chi è e ciò che ha fatto l’Uomo-Dio Cristo Gesù, le grandezze del Mistero della Redenzione ed Incarnazione, ciò che Egli ha fatto e fa per noi. Come l’uomo redento può tornare a Dio. Quando avremo studiato e bene compreso tutto ciò che riguarda la nostra Religione, ne diverremo gli umili servitori all’altare. Ci aiuterà molto crescere nella spiritualità dell’Ordine di cui diventiamo figli. Il P. Giovanni ci darà il santo Abito dei Frati Predicatori, poi faremo la Professione e dopo gli studi previsti diventeremo Sacerdoti. Ma quello che noi saremo chiamati ad essere sarà che il nostro predicare sarà espresso, non tanto con la Parola ma, secondo quanto mi richiede lo spirito, noi ci andremo perfezionando nell’arte a cui ci siamo ormai dedicati.
E così avvenne. Il P. Giovanni Dominici nel 1412 diede loro l’abito santo dei Frati Predicatori e Guido assunse il nome di fra Giovanni da Fiesole e il fratello chiese di conservare il suo Fra Benedetto. Il P. Giovanni quindi li affidò per la loro formazione a quel sant’uomo che fu il B. Lorenzo da Ripafratta, vero grande figlio dell’Ordine, guida saggia, forgiatore di frati santi.
Gli studi sacri per ottenere il Sacerdozio e il dipingere e il miniare fecero sì che i due fratelli artisti al tempo stesso li preparassero intimamente per divenire Frati Predicatori.
Così, lo stesso fra Giovanni intese essere frate predicatore. Così si sentiva e così avvenne di lui, convinto come lo era ormai di essere venuto in Convento Domenicano per attendere e fare le cose di Cristo. E come i suoi Confratelli, dopo essersi imbevuti della Divina Parola mediante la preghiera e lo studio, allora potevano predicare per mezzo del donarla come si comunica una bella notizia giacché tale è la Sacra Scrittura, così fra Giovanni creando l’espressione pittorica, avrebbe esercitata la sua vocazione di frate, sacerdote e predicatore, consegnando, trasmettendo ai fratelli il dono della Divina Verità attraverso le Immagini visive che potevano contemplare. Infatti, ogni dipinto sacro del Beato Angelico (fra Giovanni da Fiesole) è certamente Parola Sacra degnamente rappresentata dal suo agile pennello.
Uno dei primi rilevanti eventi pittorici di fra Giovanni da Fiesole è da reperire nel Trittico di S. Pietro Martire da ascrivere agli anni 1425-28 come campione manifesto della formazione di cinque anni nel Convento di S. Domenico di Fiesole.
In questi anni cercò di adeguare l’espressione pittorica al suo impegno di frate predicatore. In questo Trittico appare il desiderio più profondo del nostro frate domenicano ricco di fede, il Martire per essa, il Battista accanto a S. Domenico, il Mistero della Incarnazione del Figlio di Dio che sta al centro della Teologia insegnata da S. Tommaso d’Aquino, di essa perfetto maestro. Nel 1433 divenuto sacerdote e ormai provetto nel genere della sua pittorica predicazione dimostra d’essere giunto alla perfetta intuizione del predicare in bellezza.
Nel 1445 è a Roma ove lavora per commissione di Papa Eugenio IV°, e quindi dal 1447 al 49 per papa Niccolò V°. A Roma egli renderà visibile la cultura artistica dell’Urbe ed elogia il papa umanista. Passa ad Orvieto per “predicare” con i dipinti le glorie dell’Eucaristico Sacramento. A Firenze Piero de Medici lo attende nel 1450-53 perché dipinga a tempera ed oro l’Armadio degli argenti della chiesa della SS. Annunziata. Per chi visita il Museo S. Marco, il Convento che l’Angelico pittore espresse in quelle che erano state le celle dei Frati del Convento di S. Marco si incontrerà con l’Anima bella di Lui che, come aveva chiesto il suo grande Priore S. Antonino Pierozzi, divenuto poi Arcivescovo di Firenze, sa di aver risposto mirabilmente alla sua vocazione di frate predicatore amante del predicare visivo ai suoi Confratelli che rientrando nella loro cella vi avrebbero trovato quell’angolo di Paradiso che li attraeva per conversare con loro come si fa Lassù.
Guardando quelle Immagini avranno sentito come in un celestiale sussurro, la voce del più bello tra i figli dell’Uomo: “Beati i tuoi occhi che vedono!”
Babbo
Pietro da Vicchio, bene aveva compreso di quali grandi belle cose i suoi
figlioli sarebbero divenuti umili e saggi Servitori. E certamente Lassù in
Paradiso avendo udito che il Papa Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1984 avrebbe
designato il suo celebre artista Guidolino, cioè fra Giovanni Angelico Patrono
Universale di tutti gli artisti, avrà esultato di gioia guardando il suo Beato
Giovanni Angelico dipintore, gioia degli Artisti già rimpatriati e protettore
di quanti fra gli artisti lo avrebbero invocato come tale sulla terra.
da ERACLIANO N. 88/89 - - IV/V/ - MMV