Leggendo la prefazione stilata dal Gen. Giuseppe Richero - Capo di Stato
Maggiore dell'Arma dei Carabinieri - ad introduzione della magnifica indagine
biografica e psicologica rilasciataci da Luciano Burburan, sulla atletica Figura
dell'Eroe di Palidoro, il Vice Brigadiere Salvo D'Acquisto, Servo di Dio e
gloria della "Benemerita", ho visto con sommo piacere come sappiano
bene associarsi le esortazioni del massimo Esponente dell'Arma e quelle
dell'Autore, così concludenti insieme la loro bella testimonianza relativamente
agli innumerevoli Eroi che hanno sacrificato volentieri la loro giovane
esistenza, asserendo con ammirato orgoglio, che "questi Grandi sono morti
perché noi vivessimo liberi!"
Il Nome del Carabiniere Servo di Dio Salvo D'Acquisto, dal 23 settembre 1943,
giorno in cui cadde come soldato e come cristiano sotto il ferro Nazista a
Torrimpietra (Roma), ha percorso tutta la nostra Nazione, suscitando
ammirazione, gratitudine, plauso generale.
Salvo D'Acquisto è autentico figlio del Mezzogiorno della nostra Penisola. Egli
non è diventato Eroe in quel 23 settembre, quello semmai può essere ritenuto
il complemento di vent'anni trascorsi in un arringo impegnativo vissuto
nell'addestramento diuturno, serio, generoso, di dedizione al proprio dovere.
Egli nacque a Napoli (al Vomero) il 17 ottobre 1920, e, compiuti i 18 anni si
arruolò nell'Arma dei Carabinieri, in perfetta linea con la tradizione
familiare che aveva già dato all'Arma tre dei suoi congiunti.
Vissuta la prima età in ambiente moralmente sano, religioso ed onesto, non
conobbe lusso e agiatezze, così che potè formarsi il carattere serio e
riservato che tutti gli riconosceranno. Bontà d'animo e grande discrezione,
daranno luce alla sua giovinezza. Per le sue doti di mente e di cuore sarà
amato e rispettato dai commilitoni e dai Superiori dell'Arma, che in lui
vedranno sempre l'uomo integerrimo e il soldato esemplare, amante della
giustizia, della Patria che serviva con passione perché convinto che la Patria
e l'Arma, le doveva amare come sua famiglia. Quando poi, nel settembre 1943 vide
l'Italia divisa in due tronconi, senza un governo unico, occupata dalle Forze
Naziste al Nord, divenute improvvisamente Forze Nemiche, nel vedere la sua gente
in situazione avvilita e depressa, senz'altro, tuttociò fece scaturire nel suo
animo nobile e generoso, il bisogno di sacrificarsi ed immolarsi per la salvezza
di tutti.
Sappiamo che, fin dall'ottobre 1940 Salvo era arrivato in Tripolitania per
partecipare con la sua Sezione, alle operazioni militari essendo l'Arma
inquadrata in battaglioni d'impiego e nelle Sezioni Carabinieri al seguito delle
grandi unità operanti con funzioni di polizia militare. Nel febbraio 1941
scrive ai suoi parenti comunicando d'essere stato ferito ad una gamba. Si
trovava in questo momento a Bengasi in Cirenaica. L'8 marzo assicura di star
bene e di aver ripreso le sue mansioni in ufficio. Nell'aprile si fa strada
quasi in punta di piedi, la presenza di una "madrina di guerra". Si
tratta di una giovane napoletana che contribuirà con le sue lettere a tenere
alto il morale del giovane soldato. Nel luglio 1941 mentre continua il servizio
militare, lo coglie un forte attacco di enterocolite con ricoveri negli ospedali
di Derna, da qui a Barce e infine Bengasi. Solo il 15 agosto dopo 35 giorni di
tormentosa malattia, può comunicare di essere stato dimesso il 13 agosto
dall'ospedale. Il Comandante ha assicurato che entro il mese di settembre lo
manderà in licenza per cui ha già ottenuto l'autorizzazione a viaggiare in
aereo.
Il 7 settembre scrive ai suoi: " Il mio comandante mi tiene in grande
considerazione per due fattori; perché vede in me il carabiniere di gran
rendimento e sul quale si può fare sicuro e grande affidamento; perché sono
stato uno dei provati della Sezione. In presenza di sottufficiali ha detto
"" D'Acquisto è un carabiniere a posto e su di lui si può fare
grande affidamento anche quando sarà sottufficiale "".
Se il giovane carabiniere ha potuto meritare gli elogi del suo superiore,
dobbiamo ricavare la fonte di tali meriti dalla preparazione che la sua buona
volontà gli fece perseguire bene utilizzando l'occasione di essere a contatto
continuo con persone di una cultura superiore e ciò gli favoriva l'interiore
arricchimento che lo teneva lontano da scherzi di cattivo gusto che Salvo stesso
aveva definito "poco dignitosi" per uno appartenente all'Arma ,
"Benemerita" davvero in tutti i sensi. Da ciò si può arguire il
contento dei genitori e parenti ben contenti che tale posizione gli desse la
possibilità di incontrare, nel dialogo, persone colte, come fin da ragazzo
aveva desiderato. Quando la mamma scriverà al figlio: "Ti
benediciamo!" significherà che egli se la sarà certo meritata quella
benedizione, garanzia di quella che dal Padre celeste può scendere sulla terra,
a conforto di un figlio tanto meritevole. Una vita dura quella di Salvo, non
certo facile perché irta di ansie, di trepidazioni e pericoli. Ma il giovane
carabiniere si è fatto accompagnare dal ricordo delle difficoltà che i suoi
congiunti devono affrontare, per cui non si lascia andare a lamenti e non
denunzia stati di depressione, ma si lascia condurre dall'innato forte senso del
dovere che lo stimola continuamente; tanto può l'educazione ricevuta in
famiglia.
Nel settembre 1942 rientra dall'Africa, con destinazione a Roma perché ammesso
a
Frequentare un Corso accelerato per Allievi Sottufficiali dell'Arma presso la
Scuola Centrale di Firenze.
In una sua lettera così si esprime: ""Oggi siamo tutti sottoposti a
sacrifici; qui a Firenze si studia sempre e si spera che gli esami vadano tutti
bene; di tanto in tanto
vado in libera uscita e la mia passione è quella di visitare le opere insigni
che abbondano in questa simpatica ed attraente città.""
Il 13 dicembre 1942, al termine del Corso brillantemente superato, il
carabiniere Salvo D'Acquisto, è promosso Vicebrigadiere e il 22 dicembre
raggiunge la località di destinazione, Torrimpietra, a 30 chilometri dalla
Capitale.
Il nostro sottufficiale, conseguita lsa promozione, provava ora una fierezza
insolita e i galloni della sua divisa lo resero subito consapevole che sarebbe
richiesto alla sua nuova veste di rendere un miglior servizio alle Istituzioni e
alle popolazioni della borgata di Torrimpietra.
All'8 settembre 1943, con l'annunzio dell'armistizio, i Carabinieri rimasero
fedeli alle Istituzioni e ai servizi dipendenti e schierandosi contro le truppe
di occupazione, e a tutela delle inermi popolazioni. Il Comando Tedesco
occupante ordinò il disarmo dei Carabinieri con trasferimenti di tutti verso il
Nord, per la massima parte di essi la deportazione in Germania. Altri s'erano
dati alla macchia e, comunque, avevano abbandonato l'uniforme, vestendo abiti
civili per non essere arrestati.
Nel territorio di Torrimpietra, a Palidoro, era una Torre Saracena che aveva
ospitato la caserma dei Carabinieri, e in cui, dopo l'esodo forzato di essi, era
subentrato un Maresciallo della Guardia di Finanza con due guardie addette alla
vigilanza sul lungomare.
La sera del 22 settembre 1943, ormai lasciata da poche ore la Torre Saracena dal
Maresciallo della Guardia di Finanza, alcuni soldati tedeschi della SS. Erano
entrati in una stanza al II° piano e vi avevano scoperta una cassetta in ferro
in dotazione ad ogni Comando militare per custodire carte e documenti segreti
dell'Arma. Aperta con chiave regolamentare non avrebbe dato luogo ad incidente
alcuno. Senonché i tre militari tedeschi, forzandone l'apertura provocarono
l'esplosione di una bomba collocata nel suo interno. Un soldato morì subito,
mentre gli altri due rimasero feriti.Un'altra versione opinerebbe che nella
cassetta fossero stati rinchiusi alcuni chilogrammi di tritolo e che
l'esplosione sarebbe stata provocata da un colpo ad essa sferrato da uno dei
soldati tedeschi col calcio del fucile. Questa sarebbe la versione rilasciata
dai Carabinieri e che pare la più attendibile. Ma non così la intesero i
tedeschi che invece accusarono subito un attentato. E poiché essi pretendevano
che l'Arma dei Carabinieri aveva il dovere di vigilare sulla sicurezza delle
loro truppe, era ovviamente chiamata anche a rispondere di ogni attentato alla
vita dei loro soldati. I Carabinieri restarono pertanto al loro posto per
difendere la popolazione, in base alle norme internazionali, come Istituto di
Polizia e ciò a costo di enormi sacrifici morali e materiali.
Verso le ore otto del mattino del 23 settembre 1943, due tedeschi chiedono ad un
fabbro di indicare loro la Caserma dei Carabinieri. Essendo a Roma il
Maresciallo
Monteforte, era presente il suo Vicebrigadiere D'Acquisto che, chiamato, scende
anche se ancora in maniche di camicia. Si presenta come Vice Comandante e, per
tutta risposta riceve un colpo di canna di mitra sulla mano che inizia a
sanguinare e uno sulla testa, i militari gli intimano di seguirli ed egli prende
posto sulla moto che riparte a tutta velocità. Dopo qualche ora giunge a
Torrimpietra un autocarro con numerosi tedeschi in assetto di guerra, scendono
sulla spianata e rastrellano a caso fra la gente terrorrizzata, cinquanta
persone che, scartati i vecchi ed i bambini gli ostaggi risultano in numero di
ventuno. Li fanno salire sull'automezzo e si allontanano: L'autocarro verso le
ore 11 giunge nella piazzetta di Palidoro dove si trova già il Vicebrigadiere
guardato a vista da altri soldati tedeschi. Gli si intìma di indicare fra gli
ostaggi il colpevole dell'attentato. Egli, con calma e dignità, cerca di
dimostrare, fra le ingiurie e minacce, cbe nessuno è responsabile. Egli viene
duramente percosso e insultato dai suoi carnefici che gli strappano la giacca e
gli fanno saltare il berretto della sua divisa. Tutti saranno fucilati se non
esce il colpevole di quello che essi giudicano essere stato vero e proprio
attentato alle loro milizie. I soldati portano vanghe e badili perché ognuno
scavi la sua fossa. Gli ostaggi costernati piangono disperatamente.
Dopo aver contemplato la disperazione dipinta sui volti dei 21 condannati, Salvo
D'Acquisto non esita, e la sua decisione già formulata nel cuore angosciato ed
oppresso, fa dire a mezzo dell'interprete, al Comandante tedesco che il
colpevole è lui e chiede la libertà per i suoi 21 fratelli innocenti. Ai 21
ostaggi viene ordinato di andarsene, resterà il diciassettenne Angelo Amadio,
ritenuto dai soldati un Carabiniere,costretto a rimanere sul posto
dell'esecuzione. Lo salverà la sua tessera di operaio delle Ferrovie, ma si
vuole assista all'esecuzione del sottufficiale, unico testimone.Stava per
muovere alcuni passi quando lo fermò un solido pugno in piena guancia,
sferratogli da un soldato tedesco. In quel momento, alle sue spalle giunse un
forte grido dall'inflessione quasi metallica di " VIVA L'ITALIA
"" che oppose una scarica di amore appassionato a quella truce
dell'odio scattante dal mitra nazista.
Una scala a chiocciola è la nostra vita terrena, dalle pareti di sostegno
costruite in archivolti e risvolti, ma la cui sommità resta ignota a chi sta
sullo scalino di base e solo all'ultimo, in vetta, la può vedere. Così fu
dell'Eroe di Palidoro, Salvo D'Acquisto, gloria dell'Arma
"Benemerita", che con veloce ascendere, coraggio e ardore fece salire
la sua limpida giovinezza. Solo giunto alla sommità, quel 23 settembre 1943,
Egli potè conoscere il trofeo della sua vittoria in quei due vessilli, tanto
amati fin dalla nascita, : il Crocifisso e il Tricolore. Questi, intriso del suo
sangue l'avvolse come lembo di materna pietà, quale abbraccio della Madre
Patria, fino all'ultimo servita, mentre il Crocifisso lo attirava al Suo Cuore
ferito dall'amore, perché vi leggesse il "grazie" dei ventun fratelli
salvati dal suo cristiano
e immenso fraterno amore.
Il mondo dice: "è giusto morire a 23 anni senza aver gustato la vita
terrena?" ma a
Lui risponde Salvo D'Acquisto: "Sì, perché - chi per i fratelli e la
Patria muore - vissuto è assai!"
da ERACLIANO N. 64/65/66 - IV/V/VI - MMIII