S. PIETRO DA VERONA MARTIRE DA 750 ANNI PERCHE' INVITTO PUGILE DELLA FEDE
(1252 - 2002)
di sr. M.Rosaria Spingardi o.p.
Era nato nella famiglia dei Rosini in Verona verso l'anno 1206.
Una famiglia, la sua, imbevuta dell'eresia manichea diffusa ormai a quei tempi,
in tutta l'Europa, e sostenuta in Italia ad opera della Setta dei Catari
Italiani, noti col titolo di Patarini. Opinando che il ragazzino settenne Pietro
frequentasse la Scuola Presbiteriale, abbia potuto in tale condizione,
apprendere gli elementi fondamentali della dottrina Cristiano-Cattolica,
comprendiamo come abbia potuto controbattere a meraviglia e con convinzione,
l'assunto sostenuto dallo zio eretico che invano, un giorno, tentò di
convincere il nipote di essere stato male informato e quindi di continuare a
seguire la Religione che in famiglia veniva professata come quella vera. Ma,
verso i 15 anni lo troviamo in Bologna per attendere alla sua formazione
culturale. A Bologna, aveva retta la nuova Comunità dei Frati Predicatori, lo
zelo di Maestro Reginaldo, la cui parola accesa aveva rapito al celebre Ateneo
già numerosi giovani studenti e dotti Maestro. Nel 1221 lo stesso Fondatore del
novello Ordine ormai approvato dalla Sede Pontificia, Domenico di Guzmàn, si
trovava nei primi di giugno nel Convento bolognese e il giovane quindicenne
Pietro Rosini bussò alla porta del Convento di S.Nicolò. Il Padre Fondatore
accolse con benevolenza il giovane che così si presentò a lui: " Voglio
convertire i miei dall'eresia e predicare la Verità, sono venuto, per questo, a
chiederti di accogliermi fra i tuoi Frati." Il santo Fondatore lasciò che
un silenzio di riflessione preparasse la sua risposta. Maestro Domenico espose
quindi al giovane che pendeva dalle sue labbra fluenti Sapienza divina, la lunga
sequenza delle rinunce, delle fatiche, degli stenti, le lunghe marce a piedi da
una regione all'altra, da uno stato ad un altro, la vita comune, le osservanze
regolari e tutta quella serie di difficoltà di cui è ricca la sequela generosa
di Cristo Crocifisso che ne è l'anima. Ad ogni esposizione, proposta più con
la lucentezza dello sguardo che intendeva scrutare le intime profondità di quel
cuore giovane ed ardente, Pietro, con occhi sprizzanti gioia, subito rispondeva
il suo entusiastico: "Eccomi, Padre, sono pronto a tutto!" Dopodiché
il
Padre
si prolungava a pennellare con bòtti di luce soprannaturale lo schermo della
vita spirituale che sarebbe stata l'ampia sciovìa della vita religiosa
presentata nella sua realtà luminosa, ma, via via che le sue parole fluivano
suadenti e veritiere avvolgevano il giovane di quel fascino che solo i Santi
hanno il potere di comunicare! Dopo qualche momento di dolorosa sospensione, il
Santo Padre, incoraggiato dall'ultimo:" Sono pronto, prendimi con te
", si trovò abbracciato a quello che in quel momento interiormente
avvertiva sarebbe stato l'ultimo figlio che avrebbe consegnato, di sua mano,
alla Famiglia da Lui avviata nei solchi feraci della Santa Predicazione. Lo
congedò dicendogli di ritornare il giorno dopo perché all'alba tutti i
Fratelli avrebbero deliberato sulla sua ammissione. Così, subito, egli
l'avrebbe rivestito del santo Abito di Maria SS. ma Il giorno seguente Pietro
Rosini da Verona divenne Frate Predicatore. Ormai, divenuto Novizio, fra Pietro
dovette compiere la sua formazione religiosa nel Convento bolognese, dove sotto
la saggia guida di fra Ventura, il Priore, poté apprendere lo spirito genuino
dell'Ordine, ma, anche molto egli apprese dall'esemplare santa vita che lo
stesso frate conduceva. Fra Ventura gli parlò molto del loro Padre, Domenico,
frequentemente occupato nel visitare le 60 Case distribuite allora in 8
Province, ma seppe anche che il Padre non godeva più di buona salute, anzi,
verso la fine di luglio, vide il Padre che rientrava da Venezia, tanto
affaticato da dover essere sorretto da un Confratello. Ai primi di agosto fu
assalito da forte febbre che lo obbligò a stendersi su un materasso collocato
nella cella di Maestro fra Moneta, non avendo mai voluto il Padre disporre di
una cella propria per amor di Povertà religiosa! Fra Pietro chiamato presso il
Padre, si rese conto subito che era ormai agli estremi. Gli stette accanto più
che poté e quanti insegnamenti ricevette dall'umile e poverissimo suo
Padre"! Non avrebbe mai più dimenticato le prove di santità che, da Lui
morente, aveva ricevuto! Fra Pietro ne pianse la immatura morte e propose a se
stesso di imitarne gli esempi, per tutta la sua vita, per giungere, egli pure,
alla santità a cui Dio l'aveva chiamato. Continuò con fervore e generoso
impegno la sua preparazione con preghiera, studio e spirito di penitenza,
volendo in ciò imitare il suo Santo Padre. Ma tanto si diede ad incredibili
pratiche penitenziali che ne ammalò perfino. Una vita così esemplare e
generosa nel servizio di Dio riuscì a fare di lui un frate Predicatore, un
religioso perfetto, un sacerdote indegerrimo. Volendo il Signore rendere degno
di opere insigni il suo servo fra Pietro, permise che grandi prove morali e
spirituali si abbattessero su di lui fino al punto di dover passare per il fuoco
e l'acqua della dura tribolazione di accuse di gravi colpe per cui, a lui
innocente, fu comminata la pena dell'esilio nel Convento marchigiano di Jesi.
Piangendo ai piedi del Crocifisso della cella, a fra Pietro che così parlava al
suo Signore: "Che male ho fatto per meritare questo castigo, tu lo sai
Gesù! E il Crocifisso gli rispose: "E io, Pietro, che male avevo
fatto?" Subito fra Pietro comprese e si rallegrò di essere stato
conformato al suo Signore. Superata così la tremenda prova e concesso il
ritorno al suo campo di lavoro, si diede alla predicazione con fervore ed
energia, fatiche apostoliche che il Signore confortò col frequente ricorso di
strepitosi miracoli. Varie città del settentrione ma anche del centro Italia,
lo ebbero infaticabile difensore della Fede; fondò due Monasteri per le monache
sue consorelle che guidò spiritualmente nella vita religiosa domenicana. Ma non
avendo mai dimenticato di essere stato spinto a farsi frate predicatore e aver
dichiarato al Padre Fondatore dell'Ordine di essere venuto per ottenere la
conversione della sua famiglia dall'eresia manichea alla vera religione, nonche
l'idea prima di predicare in difesa e diffusione della Verità, si propose di
dedicare l'intera sua attività apostolica all'impegno della propagazione della
Verità così combattuta in quei tempi dall'ignoranza e malafede degli eretici.
Comprese che la Chiesa cristiana e cattolica attendeva dai suoi Predicatori una
volontà ferrea di combattere le varie Sette che miravano a fare a brandelli la
inconsutile tunica di Cristo, simbolo della sua unità che consegnava ai suoi
battezzati un unico Credo, una sola Fede, come l'Unità faceva delle Tre Divine
Persone un solo ed unico Dio. Si diede a predicare a tutto potere la Verità e
la sua parola infuocata attraeva e convertiva tanti all'unica vera Fede. Fra
Pietro aveva conosciuto l'ardore del suo Santo Padre Domenico nelle preghiere,
penitenze e predicazione tutte protese nella lotta per vincere in Francia
l'eresia Albigese e capiva che ora l'arringo gli si protendeva innanzi entro le
varie città italiane in cui si erano annidate le Patarie, soprattutto gli
metteva pensiero quelle di Milano così diffusa ed influente perché sostenuta
da uomini perversi ricchi e disposti a liberarsi dei predicatori che li
confutavano. Nel 1242 il Papa Innocenzo IV lo nominò Inquisitore per la
Lombardia. Si trovò così madato dalla Chiesa a presiedere all'opera
evangelizzatrice dei Predicatori in una delle regioni più assalite dagli
eretici che avevano in Milano la sede principale della Pataria lombarda. Mentre
faceva parte del convento Domenicano annesso alla Basilica di Sant'Eustorgio in
Milano, fra Pietro vi aveva posto il quartier generale della predicazione che si
sarebbe assunto l'impegno di combattere l'eresia. Ma quando giunse la sua
designazione ad Inquisitore, fra Pietro apparteneva già come Priore al Convento
di Como. Ciononostante frequentissimamente divideva la sua fatica tra Como e
Sant'Eustorgio di Milano, proprio per non abbandonare un campo così minato e
per sostenere i fedeli convertiti alla fede cattolica. Ovviamente alla predica
si accompagnavano frequentemente i miracoli che confermavano l'azione della
Parola evangelizzatrice. Ad un Confratello che gli chiedeva con quale preghiera
fra Pietro invocasse il buon Dio, con tranquillità egli rispose: "Questa
è la preghiera a cui son più attaccato e che mi piace di più: quando alzo il
corpo del Signore nell'Ostia consacrata oppure assisto all'Elevazione nella
Messa degli altri, gli chiedo che non permetta mai che io muoia se non per la
fede di Cristo. Questa preghiera, soggiunse, l'ho sempre detta da quando mi sono
fatto frate, e la dirò sempre". In qualunque convento si fosse trovato, se
nel governo delle varie comunità che lo elessero loro Priore, o se impegnato
nella diuturna amata Predicazione, l'uomo tutto di Dio, non aveva mai lasciato
l'esercizio delle più aspre penitenze, nessuno riuscì a superare l'ardore con
cui fra Pietro si era reso perfetto emulo in tali esercizi del Santo Padre
Domenico, poiché dal suo primo giorno di vita religiosa si era prefisso di
imitare lui in tutto, ed ora, quasi al compiersi dell'estremo olocausto, poteva
anche dirsi soddisfatto di essergli reso perfetto Figlio! Egli parlava spesso di
cose future perché una voce interiore gliele poneva sul labbro quasi forzato
dal suo senso interiore, come a Cesena, salutando gli amici aveva predetto loro
che nella Pasqua del prossimo anno gli eretici lo avrebbero senz'altro
eliminato. Così pure passando davanti alla fortezza di Gattaedo presso Giussano
nel 1251 in compagnia di fra Gerardino Tudertino disse: "Sono sepolti lì
due vescovi della Pataria e ora ci sono lì dentro altri loro vescovi vivi ma
essa crollerà presto. I cadaveri dei due vescovi patarini saranno dissotterrati
e dati alle fiamme: lo so, non passeranno tre anni." Infatti la profezia si
avverò nel 1254 quando per ordine del Papa Innocenzo IV la rocca di Gattaedo fu
attaccata ed espugnata dalle forze cattoliche. Ma anche un'altra cosa ben sapeva
fra Pietro, che la Pataria milanese era irritata per i successi miracolosi
ottenuti dall'Inquisitore che ovviamente facevano decimare in Milano e nei
luoghi ove giungeva la presenza dell'audace Predicatore, le file degli adepti
che si convertivano alla Fede cattolica e perciò stavano complottando di
eliminarlo. L'eroico Frate era venuto a sapere che l'impresa crudele era stata
affidata a Stefano Confalonieri di Agliate (Mi) che, d'accordo con altri compari
avrebbero fissato la cifra dai 20 ai 40 imperiali d'argento per prezzolare i
sicari che avrebbero soppresso l'Inquisitore fra Pietro e fra Rainerio Sacconi,
agente in Pavia. La domenica delle Palme fra Pietro era a Sant'Eustorgio di
Milano. Sul finire della predica uscì con queste frasi: "Sappiatelo tutti,
so di sicuro che gli eretici trattano la mia morte, a quest'ora il denaro è
già stato sborsato per pagare i sicari, e, guardando fissamente in fondo alla
piazza come se vi vedesse i nemici, continuò, Io morirò, ma dopo la mia morte
farò contro di loro e per la nostra Fede, assai più di quello che ho fatto in
vita". Così ai suoi figlioli milanesi che non avrebbe più visto, volle
lasciare un ricordo. Ritornò quindi al suo convento di Como ove i suoi frati
erano costernati per le minacce che giungevano. Il Priore festeggiò la Pasqua
con i suoi frati, ma poiché era atteso per la domenica in Albis a
Sant'Eustorgio di Milano, il sabato partì con fra Domenico da Como diretto a
Milano ove sarebbe giunto con una buona giornata di viaggio. Non cedendo alle
suppliche dei frati che temevano per la sua vita s'incamminò con altri due che
sarebbe usciti a Meda, mentre fra Domenico l'avrebbe seguito a Milano. Durante
il viaggio cantarono Inni Sacri, a mezzogiorno sbocconcellarono un pane e dopo
aver cantato la Sequenza Victimae Paschali laudes propria della Pasqua
iniziarono la recita del Vespro; giunti all'altezza del bosco la Farona mentre
stavano iniziando il Magnificat, ecco sbucare dal cespuglio uno dei sicari,
Pietro detto Carino da Balsamo che con violento cipiglio afferrò per un braccio
il Priore trascinandolo nel bosco e sferrandogli sul capo un pesante colpo con
un orrendo falcastro lo gettò sanguinante a terra. Ma l'eroico pugile della
Fede trovò, pure agonizzante, la forza di scrivere per terra col dito intinto
nel sangue che colava dalla povera testa spaccata, il suo ultimo atto di Fede:
"Credo in unum Deum" e mentre si accasciava mormorando le parole del
Crocifisso suo Signore: "In manus Tuas Domine commendo spiritum meum"
sotto il colpo del pugnale dell'assassino si consegnò al Padre Celeste. Ma
quando l'altro sicario Albertino Porro udì il primo colpo fuggì urlando verso
Meda all'altro capo del bosco per chiamare aiuto dai contadini. Ma come Carino
si accorse che Albertino era fuggito si gettò su fra Domenico che tentava di
soccorrere il Priore e con lo stesso pugnale infierì contro fra Domenico che al
pronto giungere dei contadini narrò gli ultimi momenti del suo Priore. Quelli,
vedendo che il Priore era ormai deceduto trasportarono fra Domenico nella casa
più vicina ove fu assistito ma sopravvisse ancora cinque giorni al suo Priore.
I contadini che si erano subito impadroniti del malvagio sicario approntarono un
carro coperto di fiori vi adagiarono la spoglia immota dell'eroico Priore e
legato con catene il sicario lo costrinsero a seguirne il carro trionfale del
glorioso martire fino a Milano dove fu consegnato alla Giustizia. Tutte le
profezie da lui annunziate furono compiute. In una splendida arca marmorea le
sue venerate spoglie riposano nella Basilica di Sant'Eustorgio di Milano e il 25
marzo 1253 lo stesso Papa Innocenzo IV ammise alla schiera dei gloriosi Santi
Martiri per la Fede, fra Pietro Rosini da Verona. Col suo cruento martirio
l'invitto figlio dell'Ordine dei Predicatori confermò la Verità, combatté e
distrusse le eresie, riportando alla Fede folle di eretici, ma, come bene
affermò il V° Maestro dell'Ordine il B. Umberto de Romans l'indomani della sua
morte "tutto fece senza mai fare ricorso ad alcun tipo di violenza".
Inerme Inquisitore non infierì mandando a morte i nemici suoi e della Fede, ma
preferì che le umili acque del Seveso arrossate dal suo Sangue verginale
ribattezzassero le acque del suo vecchio Adige veronese inquinate dai miasmi
dell'eresia manichea. Con la morte generosa fece rifluire le acque della Grazia
nella sua famiglia e nella sua amata Verona. Il 6 aprire 1252 nel bosco della
Farona, Pietro cadendo martire nel suo sangue, vide realizzarsi la sua prima
vocazione, compiersi il più bel sogno della sua giovinezza, vide rivelato il
segreto più grande della sua vita di apostolo!
INTERVENTI PER IL 750º ANNIVERSARIO DEL MARTIRIO 2002
Convegno Pietro da Verona – Milano, Santa Maria Delle Grazie, 24 – 25 – 26 Ottobre 2002
* fr. CARLOS ALFONSO AZPIROS COSTA O.P. Maestro dell'Ordine dei Frati Predicatori
* Mons. ERMINIO DE SCALZI vescovo ausiliare di Milano e Abate di S. Ambrogio
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