"L’allegria della croce"
Santa Caterina De’ Ricci: una donna concreta
di sr. Mirella Caterina Soro o.p.
Nata a Firenze nel 1522 in una delle più nobili e antiche famiglie della
città, Alessandrina all’età di quattro anni perse la mamma e fu mandata come
educanda in un monastero di benedettine dove, però, l’essere stata testimone
di un forte litigio fra due monache la disgustò al punto da decidere presto di
tornare a casa. Sin da giovanissima avvertì la chiamata del Signore a
consacrarsi totalmente a Lui. Solo a Prato, però, trovò un monastero che
rispondesse ai suoi desideri: era di recente fondazione e molto semplice. L’opposizione
del padre, che aveva una una grande predilezione per la più piccola dei suoi
figli, provocò in lei una sofferenza tale da farla ammalare. All’età di
tredici anni, tuttavia, riuscì a coronare il suo sogno ed entrò nel monastero
domenicano di San Vincenzo. Accolta con grande gioia dalle sorelle, la giovane,
nipote del confessore della comunità, prese il nome di Caterina. Purtroppo ebbe
vita facile solo per breve tempo e presto cominciò ad essere considerata un’incapace
in tutto e una debole di mente, inadatta, perciò, alla vita comunitaria.
Iniziò ad essere trascurata tanto da essere affidata a un’altra novizia,
perché non facesse perdere tempo ad altre. Ammessa alla Professione solo per
non provocare una brutta delusione allo zio, Caterina si donò tutta a quel
Signore che preparava per lei grandi cose contrastando, come succede spesso, i
disegni e i pensieri ristretti degli uomini. Essendosi ammalata gravemente,
guarì improvvisamente dopo essersi votata al Savonarola. Le prime
manifestazioni mistiche straordinarie provocarono attorno a lei solo curiosità
e controlli sempre più stretti, tanto da privarla di ogni momento di solitudine
e intimità. Le estasi settimanali, durante le quali riviveva la Passione di
Cristo sul suo corpo, durarono 10 anni. Ebbe il dono delle stigmate.
Ricevette l’abbraccio dal crocifisso. Quando cessarono i segni esteriori, terminò per la santa la tortura delle folle che accorrevano alle grate per curiosità, mentre nuove masse giungevano alla porta del monastero: non più gente alla ricerca dello straordinario, ma persone bisognose di un consiglio, di direzione spirituale, di qualche parola di conforto. E qui si manifestò la grandezza della Santa che accoglieva tutti: cardinali, duchi e duchesse, la gente semplice del posto. Per tutti aveva una parola, un consiglio, un sorriso.
Famosa la sua amicizia con san Filippo Neri, san Carlo Borromeo e Maddalena de’ Pazzi.
Fu ininterrottamente priora e sottopriora per 38 anni.
Ci resta un epistolario di oltre mille lettere, seppure le disperse, purtroppo, siano la maggior parte. Da questi scritti viene alla lucela personalità di colei che, vissuta in un periodo molto travagliato della storia della Chiesa, morta nel 1590, rimane un modello affascinante di donna cristiana, prima che di monaca.
Tutto, in lei, aveva origine dalla contemplazione dell’amore immenso dimostrato dal Signore nella sua passione e morte: questo sarà la forza e la gioia della sua vita, il segreto della sua grandezza. Dallo sguardo verso il crocifisso comprese che Gesù chiede una spoliazione totale di sé a coloro che ama, perché solo così potrà riempirli di Lui. Da questo distacco interiore deriverà il desiderio sempre più profondo di fare la volontà di Dio, di accoglierla sempre, qualunque essa sia. Per far ciò è necessario, però, abbandonare la sapienza umana e accogliere la pazzia d’amore del Signore, che è stoltezza per la maggior parte degli uomini. Si tratta di compiere le stesse azioni di sempre, ma con un cuore tutto rivolto a Dio e chiedendosi, ad ogni azione, se sia un bene per sé, per il Signore, per il prossimo. L’amore da dimostrare a Dio, cui lei esorta i numerosi amici e corrispondenti laici, oltre che le sorelle, è l’osservanza gioiosa dei suoi comandamenti e il cercare il Suo onore in ogni azione. Ella ricorda spesso, inoltre, la necessità di ringraziarlo sempre per i suoi benefici, poiché Egli si chiude agli ingrati. Caterina desidera amare Dio con lo stesso amore di Dio: solo lo Spirito mette nel cuore desideri così grandi e sublimi. Coloro che si recano dalla santa o le scrivono, sanno che ella nella sua umanità li capisce, nella sua santità pregherà per loro. Sente su lei stessa il dolore del prossimo e si preoccupa di aiutare concretamente chi è nel bisogno andando pure contro il voto di povertà (lei che per sé non teneva mai niente!), in nome della carità. E ciò che Caterina procura al prossimo non è solo il necessario, ma anche ciò che può rendere la vita più bella, più dignitosa, più comoda: anche questo, per lei, è amore vero. L’amore di Dio, infatti, non mortifica l’amore umano, ma lo rende più grande! Al centro delle sue lettere, poi, vi è il tema della preghiera, cuore della sua esistenza.
Ella parla dei "tocchi" del Signore, che ama agire nella nostra vita anche tramite la sofferenza, per allontanarci dal male e attirarci a Lui. A noi sta il riconoscerlo e accoglierlo con gioia, perché ogni suo passaggio è solo per un bene e per la nostra felicità. Dio, anzi, chiama i suoi figli prediletti nella strada della croce: se si comprende ciò, si entra in una dimensione nuova e bellissima della vita e del rapporto con Lui. Ma ciò che più colpisce di Caterina è il riscontro della sua grande umanità. Ella è molto sensibile: soffre per ogni minima cosa e gioisce per il più piccolo aspetto della vita. Ama tutti, ma ha dei "prediletti" e per essi "fa delle eccezioni". E’, allo stesso tempo, molto forte e resoluta. Caterina, inoltre, la grande innamorata del crocifisso, è sempre allegra, tanto da essere soprannominata, durante il suo ufficio di formatrice, ‘maestra delle merende’. Contemplare l’amore di Cristo non può che dare gioia: dove regna la tristezza, Dio non c’è. L’autentica devozione alla passione del Signore crea gioia e desiderio di una donazione del cuore. A un’anziana superiora che portava tutti i venerdì una palla di assenzio in bocca ed era molto austera con sé e le altre, disse un giorno: "Io non posso sopportare di vedere le persone afflitte e non posso esprimere quanto patisco a vedere le persone malinconiche".
Questo era un vero controsenso per chi si era scoperto immensamente amato. E in lei regnava sempre ‘l’allegria della croce’.
da "Piccole luci" gennaio-aprile 2003
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